Cumalıkızık, villaggio ottomano

 Cumalıkızık è un piccolo villaggio a poco più di dieci chilometri da Bursa, eppure ha ricevuto insieme alla città il titolo di Patrimonio dell’umanità. La sua importanza storica sta nel fatto che è l’ultimo frammento ancora intatto di un sistema economico che fece la grandezza di Bursa, la prima capitale dell’Impero ottomano.

I turchi conquistarono la città nel 1326, e i primi sei sultani da qui ampliarono il territorio del futuro impero. Nella città stessa, inoltre, ciascuno di loro fece costruire una külliye, un complesso di moschea, scuola, bagno e cucina, che naturalmente attirava abitanti intorno a sé e dava origine a un quartiere. Alla külliye era associato fin dalla fondazione anche un vakıf, un patrimonio costituito con lo scopo di garantire il mantenimento delle sue istituzioni. Faceva parte di uno di questi complessi anche il gruppo dei cinque villaggi Kızık – diciamo pure Villaggi delle Fanciulle – situati nei pressi di Bursa, sulle pendici dell’Uludağ – l’antico Olimpo della Bitinia –, tra i quali Cumalıkızık – diciamo pure Villaggio della Fanciulla del Venerdì o Villaggio della Fanciulla di Dio – potrebbe essere stato il luogo della grande moschea comune del venerdì. Le tasse di questi villaggi servivano al mantenimento della Orhan Gazi Külliyesi, il complesso della moschea del secondo sultano. Del resto, secondo la tradizione, i due protagonisti fissi del teatro di marionette turco da fiera, il karagöz, Hacivat e Karagöz, erano operai impegnati nella costruzione della Orhan Gazi Külliyesi e quindi forse proprio contadini fatti venire dai villaggi della fondazione, per esempio da Cumalıkızık.

Spettacolo di Karagöz

La cosa migliore di Cumalıkızık è che non sembra affatto un villaggio Patrimonio dell’umanità. Non è tirato a lucido, non è pieno di negozi di souvenir e boutique hotel, non arrivano pullman turistici da quaranta persone, anche perché già Bursa si trova abbastanza al di fuori del radar del turismo internazionale. Cumalıkızık sembra esattamente un tradizionale villaggio di montagna come quelli che ricordo dalla mia infanzia sui monti Mátra o nella Terra dei Siculi. Strade tortuose, non pavimentate oppure lastricate con pietre irregolari, il ruscello che scorre nel mezzo della strada principale, qua e là un emporio, e dietro la moschea la kıraathane, il caratteristico caffè comunitario fumoso dei quartieri turchi, con piccole fontane gorgoglianti sulla terrazza. Le case sono caratteristici edifici ottomani, con il piano inferiore costruito in pietra e il secondo e terzo piano con struttura lignea, pareti in mattoni crudi e piani superiori aggettanti su mensole. In fondo, il vero miracolo è proprio questo: come abbiano fatto, già molto prima di ottenere il titolo di Patrimonio dell’umanità, a fare in modo che nel villaggio non venisse demolita nemmeno una vecchia casa e che al suo posto non sorgesse neppure un anonimo edificio moderno.

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Tuttavia, a Cumalıkızık non si ha affatto la sensazione che «il tempo si sia fermato», come scrivono le guide turistiche a proposito dei villaggi-museo conservati nella purezza dello stile storico. Il tempo non si è fermato, al massimo ha rallentato, ma si vede bene che qui vivono persone di oggi, con esigenze di oggi. Davanti alle case, dove c’è spazio, sono parcheggiati trattori evidentemente ancora in attività; nel giardino della sala da tè (l’altra istituzione tradizionale dei villaggi turchi) alle pareti sono appesi ritratti di attori e manifesti cinematografici; dalla moschea esce un gruppo di persone che ha appena terminato la recitazione del Ramadan, con i piumini addosso, e scompare tra le case più in basso.

L’assortimento del negozietto di alimentari testimonia esigenze del tutto realistiche, proprio come in qualunque altro paesino dell’Europa orientale. Ildikó vuole comprare ai bambini una qualche speciale cioccolata turca da regalare, ma sullo scaffale delle cioccolate ci sono soprattutto marche di multinazionali. «Fıstıklı çikolata var mı?, Avete cioccolata al pistacchio?» mi viene in mente la specialità che conosciamo da Gaziantep. «Var, var», mi mostra soddisfatto il negoziante, indicando il cartellino verde. Ne compro una anche per farla assaggiare al gruppo, che subito dopo invade il negozio e si porta via tutte le scorte. Per oggi, l’affare è già fatto.

L’unico segno della presenza di un certo turismo sono i banchi coperti da teloni blu sulla piazza principale e qua e là davanti a qualche casa. In questa quantità è del tutto normale: è anzi un segno che questo è ancora un villaggio vivo, i cui abitanti desiderano ricavare un profitto privato dal movimento, soprattutto interno, che il titolo di patrimonio dell’umanità ha contribuito a ravvivare.

Questo movimento, ora, alla fine di marzo, è ancora stagnante, e così i banchi sono tutti coperti da teloni blu. Solo quando, dopo aver fatto il giro del villaggio, torniamo sulla piazza principale, ci accorgiamo che una delle donne, fiduciosa nel gruppo, nel frattempo ha slegato il telone. Da sotto non spuntano souvenir cinesi e patriottici, ma merci che si addicono davvero a un villaggio come questo: conserve fatte in casa, melanzane, biancospino, mele, arance, noci verdi. Il vaso grande costa due euro, quello piccolo uno. Anche qui riduciamo sensibilmente le scorte. Mentre la donna tira ancora un po’ il telone, come se stesse spostando uno spesso strato di nuvole, il sole del crepuscolo irrompe e filtra colorato attraverso le pareti dei piccoli vasi, come attraverso le vetrate della moschea.

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