Riuscite a immaginare che, mentre il coro monastico canta la più sacra e più lunga preghiera pasquale in una cattedrale medievale, contemporaneamente su uno schermo scorrono una dopo l’altra le illustrazioni colorate dei singoli versi della preghiera?
Mille anni fa erano già in grado di immaginarlo. Mancava soltanto lo schermo. Nel frattempo trovarono una soluzione per colmare questa distanza.
Il museo della cattedrale di Bari conserva quattro rotoli di pergamena lunghi diversi metri, sui quali è scritto il testo della preghiera pubblica della notte di Pasqua, l’Exultet. E mentre il testo veniva lentamente arrotolato verso l’alto sul leggio dei cantori, sul lato opposto del rotolo, rivolto verso il pubblico, scendevano sempre più in basso le grandi immagini dipinte, inserite tra le sezioni di testo già cantate, sincronizzate con le parole che il coro stava intonando in quel momento, come loro illustrazioni.
L’Exultet è la preghiera introduttiva della celebrazione più importante della Chiesa cattolica, la liturgia del sabato sera che precede la Resurrezione pasquale dell’alba: Exsultet iam angelica turba caelorum, «Esulti ora la schiera degli angeli del cielo…». Immaginate che, durante la sera del Venerdì Santo, al momento della sepoltura simbolica di Cristo, si spengano tutte le luci della città e ogni focolare perda il suo fuoco. Al tramonto del sabato la città si raccoglie nella chiesa principale, oppure ogni quartiere nella propria chiesa parrocchiale, e il sacerdote, dal leggio, nel buio completo, inizia un inno monodico che annuncia la vittoria della luce sulle tenebre. L’inno percorre il simbolismo della luce e le prefigurazioni della Pasqua, finché alla fine, dalle braci del fuoco nuovo acceso con la selce dagli accoliti nel giardino della chiesa, viene acceso il grande nuovo cero pasquale; da esso ciascuno accende la propria candela e porta a casa il fuoco nuovo.
L’Exultet in latino, con sottotitoli spagnoli. Sarebbe bello avere una versione in cui, parallelamente alla melodia, scorressero le immagini dei rotoli dell’Exultet della cattedrale di Bari.
Il pulpito della cattedrale di Bari, dal quale il rotolo veniva gradualmente calato
Per prima scendeva la lettera E dell’Exultet, con medaglioni sacri inseriti nei suoi punti di raccordo, indicando l’apertura solenne anche a coloro che non sapevano leggere
Illustrazione dell’inizio della liturgia, Dominus vobiscum, «Il Signore sia con voi», con il vescovo celebrante e i sacerdoti concelebranti, il diacono che canta dal rotolo e il coro sullo sfondo, mentre Cristo fluttua sopra tutti loro, simbolo dell’unità tra la liturgia terrena e quella celeste. La candela a tre bracci rappresenta la candela con cui viene acceso il cero pasquale dal nuovo fuoco appena acceso.
La liturgia della notte di Pasqua, come «pietra miliare zero» dell’intera liturgia annuale, è organizzata intorno al simbolismo della Creazione. Così come lo spirito di Dio aleggiava sulle acque, anche ora, dopo l’accensione del fuoco nuovo, segue la benedizione delle acque. Nella Chiesa primitiva, in questa notte e con quest’acqua nuova, ogni nuovo convertito veniva battezzato da adulto. All’epoca dei rotoli, come mostra l’immagine, l’aumento della mortalità infantile aveva già portato al passaggio al battesimo dei neonati.
Illustrazione del verso Gaudeat et tellus tantis irradiata fulgoribus, «Gioisca anche la terra, irradiata da tanto splendore», con la personificazione di Tellus, la Madre Terra
Il cosmo rinnovato è simboleggiato da una rosa dei venti circondata dai dodici venti (i punti cardinali), con Cristo al centro
Due versi dell’inno ricordano anche le api che produssero la cera del cero pasquale, in un modo quasi commovente di evocare la sacralità della natura: quod tibi in hanc cerei oblatione solemni per ministrorum manus de operibus apum, «il cero che il lavoro delle api e l’opera delle mani dei tuoi servi hanno prodotto», alitur enim liquantibus ceris, quas in substantiam pretiosae huius lampadis apis mater eduxit, «poiché è alimentato dalla cera liquida che l’ape madre ha prodotto come materia di questa preziosa lampada». L’illustrazione mostra il lavoro delle api e degli apicoltori con la precisione di un manuale specializzato di apicoltura, dalla cattura dello sciame in un’arnia di vimini fino alla produzione del miele e della cera.
L’immagine conclusiva del rotolo è particolarmente interessante. Alla fine dell’inno si invoca l’aiuto di Dio (Precamur ergo te…) per i capi religiosi e secolari della cristianità, e il rotolo di Bari raffigura come sovrani secolari due imperatori bizantini, Basilio II e suo fratello minore Costantino VIII, datando così la realizzazione del rotolo al 1024-1025. Infatti, nel 1018 l’esercito bizantino aveva conquistato la Puglia e l’Italia meridionale ai longobardi, e proprio Bari era stata scelta come centro del nuovo Catepanato d’Italia. La liturgia rimase romana e in lingua latina, ma l’arcivescovo di Bari, Byzantius — che nonostante il nome era cattolico e longobardo — fece già raffigurare sul rotolo i nuovi sovrani bizantini.
È interessante anche il fatto che negli altri tre rotoli non siano raffigurati separatamente i governanti secolari dell’epoca, ma nel testo, nel passaggio Respice etiam ad devotissimum Imperatorem nostrum N. («Guarda anche al nostro devotissimo imperatore N.»), al posto della N veniva sempre inserito il nome dell’imperatore regnante, raschiando via quello precedente. Il palinsesto conservò così la successione dei sovrani, dagli imperatori del 1024 fino ai primi marchesi normanni.
Anche l’ambiente greco agì da catalizzatore per la nascita degli stessi rotoli. A quell’epoca, nel mondo cristiano occidentale, il codice — il libro composto da pagine — era già diventato il normale supporto per la trasmissione delle informazioni. Nella liturgia greca dell’Italia meridionale, tuttavia, il rotolo era ancora utilizzato. Il clero latino giunto qui con i longobardi si accorse della dignità simbolica del rotolo e iniziò anch’esso a impiegarlo nelle liturgie solenni, introducendo la novità della «scrittura rovesciata» visibile qui.
Il centro della produzione dei rotoli divenne il monastero di Monte Cassino, che godeva del patrocinio del principato longobardo di Benevento. Qui fu sviluppata la scrittura beneventana con cui furono realizzati anche questi rotoli, considerata in tutta l’Italia meridionale e perfino in Dalmazia un marchio di autenticità.
Cinquantotto di questi rotoli sono sopravvissuti nell’Italia meridionale. Il loro uso cessò nel XIV secolo, con l’introduzione del Messale Romano. Ma in questo modo sopravvissero comunque mille anni più a lungo dei loro equivalenti rotoli dell’Europa occidentale.






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