Il grande cannone

Per il 29 agosto, quinto centenario della battaglia di Mohács – che nel 1526 pose fine al regno medievale d’Ungheria –, anch’io avrei voluto contribuire al numero degli eccellenti articoli pubblicati per l’occasione. In origine volevo scrivere dei giovani ungheresi fatti prigionieri nella battaglia di Mohács e che in seguito fecero brillanti carriere nell’esercito ottomano. Secondo lo storico Celalzade Mustafa, erano moltissimi, e almeno loro sfuggirono alla fossa comune delle molte migliaia di prigionieri giustiziati dopo la battaglia, scoperta di recente – come Murad il dragomanno, Balázs Somlyai, nato a Nagybánya, che in qualità di principale interprete del sultano mediò in numerose occasioni tra la Sublime Porta e le potenze cristiane, e scrisse in turco ottomano e in latino un trattato teologico sui fondamenti dell’Islam; oppure Piyale Pascià, che da figlio di un bottaio di Tolna divenne ammiraglio dell’intera flotta ottomana e che, nella battaglia di Djerba del 1560, sconfiggendo le flotte riunite di Spagna, Malta e del papa, assicurò la supremazia ottomana nel Mediterraneo fino a Lepanto (1571), per poi far costruire a Mimar Sinan un enorme complesso religioso nel quartiere di Galata, la moschea di Piyale Pascià. Ma ogni volta che scrivevo un’affermazione su di loro, al suo posto emergevano cinque domande, così dopo un po’ lasciai questa idra ottomano-ungherese a tempi più tranquilli e scelsi un altro argomento, più rapido da scrivere, al quale crebbero soltanto tre teste. Queste tre teste sono tre grandi cannoni, e questa volta gli ungheresi non si trovano all’estremità opposta rispetto ai turchi, come a Mohács, ma, in un modo o nell’altro, esattamente dalla stessa parte.

Ho comprato questa cartolina in un negozio di antiquariato del bazar di Urfa. Nell’immagine si vede un grande cannone ottomano con tutto il suo equipaggio. In alto compare una scritta in francese: «Kavak – Artillerie de forteresse», cioè l’artiglieria della fortezza di Kavak. La scritta in turco ottomano sottostante, in caratteri arabi, è più precisa: قواغنده – طوبجی آسلان قلعه‌سی Kavağında – Topçu Aslan Kalesi: l’artiglieria della Fortezza del Leone ad Anadolu Kavağı, sulle rive del Bosforo. Il testo manoscritto in turco ottomano in alto, al centro, recita invece: عيد کريسمس مبارک اولسون Îyd-i Krisms mübârek olsun, cioè «Buon Natale», unendo la parola araba îyd, «festa» all’inglese Christmas e all’espressione turca mübârek olsun, «che sia benedetto/felice».

Forse questo augurio natalizio è l’elemento più inatteso della cartolina turca, ma solo finché non pensiamo al fatto che nel tardo periodo ottomano (soprattutto tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo) le cartoline erano estremamente popolari nella cosmopolita Istanbul precedente ai genocidi. Venivano spesso utilizzate per inviare saluti alle minoranze cristiane che vivevano nell’impero, ai diplomatici o ai partner europei, per cui un augurio natalizio in turco ottomano non era affatto una rarità.

Anadolu Kavağı non era un insediamento, bensì una ripida dorsale collinare all’ingresso settentrionale del Bosforo, sul Mar Nero, dove era stato realizzato un sistema articolato su più livelli di batterie di artiglieria per la difesa costiera. Il sistema di batterie si chiamava Macar Tabyası (Batteria Ungherese) o Macar Kalesi (Fortezza Ungherese), perché era stato costruito dal barone François de Tott, un ingegnere militare francese al servizio degli ottomani il cui padre, András Tóth, era stato capitano degli ussari ungheresi nel 1848. Se una nave da guerra nemica avesse tentato di penetrare dal Mar Nero verso Istanbul, avrebbe dovuto farsi strada passando successivamente sotto il fuoco di diverse di queste postazioni d’artiglieria fortificate. Dietro il grande cannone, nel cuore della collina, si estendevano vasti depositi di munizioni e rifugi a prova di bomba. Gli artiglieri trasportavano i proiettili fino al cannone su rotaie e con carrelli a mano – come si vede nell’angolo inferiore destro dell’immagine.

E la Fortezza Ungherese, costruita su territorio turco da un ingegnere militare francese contro le navi da guerra russe, era dotata dei cannoni Krupp tedeschi visibili nell’immagine, come questo cannone costiero da 28 cm (Mantelringkanone), che per le sue dimensioni ricevette il soprannome di Kanonenkönig.  Era un gigantesco cannone a retrocarica con canna rigata. Per spostarlo e caricarlo erano necessari i complessi sistemi di pulegge e ingranaggi visibili anch’essi nella fotografia, nonché una piccola gru con cui venivano sollevati fino alla canna i proiettili del peso di diverse centinaia di chili. Sebbene la fotografia sia stata scattata durante il pacifico periodo degli anni Novanta dell’Ottocento, furono proprio queste batterie Krupp che dominavano il Bosforo e i Dardanelli (comprese le versioni da 24 e 28 cm) a salvare in seguito l’impero durante la campagna di Gallipoli del 1915, quando le flotte britannica, australiana e francese tentarono di aprirsi un varco verso Istanbul, ma i cannoni Krupp che aprirono il fuoco dalla costa inflissero loro gravi perdite e le costrinsero a ritirarsi.

Nella seconda metà del XIX secolo, l’Impero ottomano si rese conto che, a causa della sua artiglieria obsoleta, Istanbul e gli stretti (il Bosforo e i Dardanelli) erano completamente indifesi di fronte alle moderne navi da guerra europee. Il sultano Abdülhamid instaurò pertanto stretti rapporti militari ed economici con l’Impero tedesco. Gli ottomani acquistavano le loro armi direttamente dalla fabbrica Krupp di Essen, che produceva i più moderni cannoni d’acciaio dell’epoca. Krupp acquisì una tale influenza nell’impero da raggiungere una posizione quasi monopolistica nella modernizzazione dell’artiglieria pesante ottomana.

Al momento in cui fu scattata la fotografia, la modernizzazione dell’esercito ottomano era già quasi interamente nelle mani dei tedeschi. Questo processo si svolse attraverso le famose missioni militari tedesche. La figura più importante di questo periodo fu un ufficiale prussiano, il barone Colmar von der Goltz (Goltz Pascià), che tra il 1883 e il 1895 riorganizzò l’istruzione militare ottomana. In seguito alle sue riforme nacque un corpo di ufficiali ottomani completamente nuovo e professionale, addestrato secondo il modello tedesco. Per Berlino, l’Impero ottomano rappresentava un enorme mercato per gli armamenti (si vedano le fabbriche Krupp e Mauser) e un partner strategico contro la Gran Bretagna e la Russia (il che avrebbe portato in seguito anche alla costruzione della ferrovia Berlino–Baghdad). In cambio, il sultano ottenne la tecnologia militare e la dottrina militare più moderne del mondo. Questa stretta cooperazione militare gettò le basi affinché l’Impero ottomano entrasse nella Prima guerra mondiale al fianco delle Potenze Centrali, come alleato della Germania e dell’Impero austro-ungarico. Durante i combattimenti del 1914–1918, generali tedeschi (come Otto Liman von Sanders ed Erich von Falkenhayn) arrivarono a comandare direttamente interi eserciti ottomani sui fronti.

La cartolina è stata realizzata dallo stesso Guillaume Berggren di cui abbiamo già visto le fotografie della chiesa principale di Nicea degli anni Settanta dell’Ottocento. Viaggiò attraverso l’Europa come apprendista falegname svedese, e Costantinopoli lo affascinò a tal punto che non risalì più sulla nave. Nel 1870 aprì sulla via principale di Galata, a Pera, uno studio chiamato «Piccola Svezia» e, oltre ai ritratti in studio, percorse con grande sensibilità tutta l’Anatolia, utilizzando le sue fotografie nella nascente industria delle cartoline. Tra queste vi era anche una serie dedicata alle batterie della Fortezza Ungherese, che il governo ottomano dell’epoca non vietava ancora adducendo motivi di segretezza militare, ma promuoveva piuttosto come motivo di orgoglio imperiale.

La presa di Costantinopoli con il cannone Basilika, 1453. Dalla mostra del Panorama 1453 Museum di Istanbul

Il Kanonenkönig fornito all’esercito ottomano dai tedeschi ci fa pensare non solo a quegli artiglieri ungheresi addetti agli obici che durante la Prima guerra mondiale sostennero l’alleato turco contro gli inglesi a Gaza, ma anche a un altro enorme cannone, della stessa epoca di Mohács, che per i contemporanei era il Grande Cannone per eccellenza. Fu realizzato dal maestro fonditore ungherese Orbán di Brașov, che aveva anche antenati tedeschi transilvani, cosicché le tre nazioni tornarono a trovarsi riunite in un’unica costellazione. In origine lo offrì all’imperatore bizantino assediato, ma questi non era in grado né di pagare l’elevato compenso né di procurarsi i materiali necessari. Orbán passò così alla concorrenza turca, sostenendo che il cannone che aveva progettato avrebbe potuto sfondare non solo le mura di Bisanzio, ma persino quelle di Babilonia. Mehmed II lo accolse con entusiasmo. Il cannone fu fuso in tre mesi ad Adrianopoli e trainato fino a Costantinopoli da sessanta buoi. Il cannone, chiamato Basilika, cioè «regale», era lungo otto metri, aveva pareti spesse 20 cm e i suoi proiettili da 540 kg demolirono ripetutamente le mura. Un colpo di questo tipo aprì una breccia nel punto in cui oggi la moschea di Fatih ricorda che le truppe di Mehmed penetrarono nella città. Orbán, però, non poté assistere all’evento, perché il Basilika esplose a causa della sollecitazione e lo uccise.

Poco dopo che, nel 2012, il regime di Orbán – nella speranza di ottenere una cospicua compensazione – consegnò all’Azerbaigian Ramil Safarov, l’assassino azero che nel 2004 aveva ucciso a colpi d’ascia nel sonno il suo compagno di studi armeno in Ungheria e per questo era stato condannato all’ergastolo, e che in Azerbaigian fu immediatamente graziato, promosso e proclamato eroe nazionale, inducendo l’Armenia a interrompere le relazioni diplomatiche con l’Ungheria, portai un gruppo ad Alaverdi, nell’Armenia settentrionale. Eravamo nella piazza principale di questa città mineraria in rovina, e stavo indicando i resti della fonderia sovietica o il ponte monastico millenario mentre spiegavo la storia, quando una Lada altrettanto malandata si fermò accanto a noi. Ne scesero due uomini armeni, che ci chiesero da dove venissimo. All’epoca non era piacevole ammetterlo, ma glielo dicemmo. Uno degli uomini allora alzò un dito: «Il cristianesimo ha avuto due grandi nemici, due Orbán. Uno era quello che fuse il cannone turco, l’altro quello che consegnò l’assassino con l’ascia ai turchi». Terminata la breve predica, risalirono in macchina e scomparvero.

Il Basilika non è sopravvissuto, ma ne esiste una copia, fusa da Munir Ali nel 1464 sul modello del Basilika e ancora utilizzata nel 1807 per la difesa dei Dardanelli. Il sultano Abdülaziz donò il cannone alla regina Vittoria in occasione della sua visita a Costantinopoli nel 1866, e oggi, a Fort Nelson, si può vedere quale forza fu in grado di sfondare le mura di Bisanzio.

La presa di Costantinopoli e la superiorità dei turchi nella tecnologia militare suscitarono in tutta Europa un terrore tale da portare alla creazione di un terzo famoso cannone. In questo cannone c’era solo tanto ferro quanto ne serviva a Dürer per realizzare un’incisione su ferro. Prima della diffusione dell’incisione su rame, infatti, il maestro aveva sperimentato con lastre di ferro, i cui contorni sono un po’ più ruvidi e rustici di quelli consentiti dal rame, ma che probabilmente si adattavano perfettamente al soggetto.

Nell’incisione del 1518 intitolata «Il grande cannone», cinque turchi stanno davanti a un enorme cannone nei pressi del villaggio di Kirchehrenbach, nella Franconia settentrionale. Sullo sfondo, la catena dell’Ehrenbürg chiude l’orizzonte. Dürer crea una perfetta sensazione di profondità attraverso la prospettiva atmosferica.

Naturalmente i turchi non furono mai a Kirchehrenbach, almeno certamente non durante il Rinascimento. Anche l’assenza di una reazione reciproca tra gli abitanti del villaggio e i visitatori – nessuno si accorge di loro né si spaventa – richiama l’attenzione sul significato allegorico dei due piani. Nel 1518 l’imperatore Massimiliano I e papa Leone X stavano proprio invitando a una nuova crociata contro il minaccioso Impero ottomano. L’immagine rappresenta l’angoscia del mondo cristiano, i riflessi collettivi di difesa e l’emergere di un potere militare centralizzato.

L’arma raffigurata nell’incisione è in realtà un pesante cannone da campagna di Norimberga (il cosiddetto Feldschlange o karduan). Sul tubo del cannone è visibile anche lo stemma di Norimberga.

Dopo la caduta di Costantinopoli, il centro degli armamenti del Sacro Romano Impero divenne proprio la città natale di Dürer, Norimberga. Per decenni, i fonditori di armi di Norimberga lavorarono alla produzione di cannoni capaci di affrontare le enormi macchine d’assedio ottomane. Il lanzichenecco che sorveglia il cannone e lo stemma di Norimberga visibile sulla canna trasmettono allo spettatore un messaggio chiaro: «Ecco la nostra risposta alla minaccia dell’Oriente».

Se gli stati tedeschi, già influenzati da Lutero da un anno, non avessero bocciato alla Dieta di Augusta del 1518 la proposta di una crociata, mossi dalla diffidenza nei confronti del papa, forse anche noi ungheresi avremmo potuto vedere cannoni come questi a Mohács, puntati non contro di noi, ma verso i turchi, e forse tutto sarebbe andato in modo completamente diverso.

Il «grande cannone» fu dunque una reazione tedesca all’innovazione della tecnologia militare ottomana realizzata grazie al sapere ungherese, nell’epoca della Guerra fredda del Rinascimento.

Dürer, in quanto artista che lavorava per la corte imperiale, reagì con eccellente senso degli affari e della politica alla «paura dei turchi» che dominava l’opinione pubblica dell’epoca. La raffigurazione, nella stessa immagine, di un cannone con lo stemma di Norimberga e di figure ottomane proclamava la forza difensiva e il potere di deterrenza dell’Impero in un momento in cui era in gioco il destino dell’Europa. Intrecciò magistralmente i diversi fili: con l’immagine ricordava al mondo occidentale la minaccia militare orientale (ottomana), il cui simbolo, fin dalla caduta di Costantinopoli, era stato l’enorme cannone d’assedio, mostrando al tempo stesso la capacità difensiva della propria patria (Norimberga).

Tuttavia, nell’immagine vi è anche una genialissima ironia, che gli spettatori dell’epoca coglievano immediatamente. I cannoni del maestro Orbán erano, ai loro tempi, le superarmi più moderne, capaci di abbattere le mura. Dürer, invece, nel 1518 disegnò deliberatamente un cannone pesante e ingombrante, ormai considerato antiquato. All’inizio del XVI secolo, il futuro apparteneva all’artiglieria più mobile e moderna.

La rivoluzione della tecnologia militare che ebbe luogo all’inizio del XVI secolo, ai tempi di Dürer, consisteva precisamente nel portare l’artiglieria sul campo di battaglia aperto. Al posto degli enormi cannoni precedenti, che richiedevano settimane di traino, comparve l’artiglieria campale leggera e media. L’aumento della mobilità fu reso possibile dallo sviluppo della lavorazione dei metalli (canne più leggere), dalla standardizzazione e da innovazioni tecniche come gli affusti con asse e i primi carri per il trasporto delle munizioni (avantreni).

• Sul campo di battaglia, i più mobili erano i cannoni di piccolo calibro, fusi in bronzo • Falcon: Sparava palle di ferro di circa 1–3 libbre (mezzo chilo–un chilo e mezzo). Il suo peso era insignificante rispetto a quello dei cannoni giganteschi, per cui poteva essere rapidamente riposizionato sul campo di battaglia anche con un solo cavallo, o dagli stessi fanti. • Falconet: Il fratello ancora più piccolo del falcon (con palle di circa 0,5–1 libbra), utilizzato specificamente per spezzare, a distanza ravvicinata, le cariche della fanteria e della cavalleria nemiche.

• Nel corso del XVI secolo, le colubrine divennero la spina dorsale dell’artiglieria campale classica. Grazie alle loro canne lunghe erano estremamente precise e avevano una grande gittata. A metà del XVI secolo, i francesi e i mercenari tedeschi erano già in grado di spostare questi cannoni medi (tipicamente da 9–18 libbre) con sorprendente rapidità mediante traini a cavalli accanto alle formazioni di fanteria.

• Fu proprio il principale protettore di Dürer, l’imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I, a semplificare e standardizzare radicalmente le dimensioni dei cannoni negli arsenali di Norimberga e Innsbruck. Eliminò l’enorme varietà di calibri individuali, impossibile da gestire, e fece produrre cannoni per proiettili di peso standardizzato. In questo modo riuscì a rendere il rifornimento di munizioni e la logistica sul campo di battaglia enormemente più rapidi.

• Tra le armi tattiche e mobili rientravano anche i cannoni a organo. Erano costituiti da diversi (fino a 4–12) tubi simili a quelli dei moschetti o da piccoli cannoni, montati su un unico carro mobile. Potevano sparare una salva simultanea o una rapida successione di colpi contro il nemico e venivano utilizzati specificamente contro le formazioni chiuse di fanteria nelle battaglie campali.

La parabola della storia del grande cannone accompagnò dunque i cinquecento anni di Mohács. In risposta alla meraviglia tecnologica militare fusa da Orbán di Brașov — che conquistò Bisanzio e i cui fratelli minori spezzarono a Mohács la carica della cavalleria ungherese — l’industria tedesca dei cannoni creò, dopo secoli di sperimentazioni, quel cannone automatico di precisione con il quale in seguito i turchi difesero le coste ottomane dalla fortezza ungherese e spezzarono la carica degli australiani che tentavano di conquistare Costantinopoli. E la storia non è ancora finita.

I soldati australiani dell’esercito britannico avanzano cantando Waltzing Matilda verso i grandi cannoni turchi a Gallipoli

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