Il luogo che manca

 Il castello di Dunbar è una delle macchie nere più luminose, uno degli anelli mancanti più splendenti, della storia della Scozia. È già comparso più volte durante il nostro viaggio attraverso la Scozia: la contessa di Dunbar, Black Agnes, fece costruire la chiesa di Whitekirk, e Bothwell, capitano di Dunbar, portò qui in salvo Maria Stuarda dai nobili protestanti che cospiravano contro di lei. Dunbar è presente tanto all'inizio quanto alla fine delle guerre d'indipendenza contro l'Inghilterra: nell'arrivo trionfale di Edoardo I e nella disastrosa fuga di Edoardo II, nell'infruttuoso assedio inglese del 1338 e nell'ingresso trionfale di Cromwell in Scozia.

In luoghi di tale importanza nella storia scozzese ci aspettiamo di trovare uno splendido castello o delle maestose rovine magnificamente restaurate, qualcosa che sia all'altezza del peso storico del luogo. Ma sulla costa di Dunbar, tra gli strati di mattoni depositatisi sulle rocce costiere come alghe, si innalza verso il cielo soltanto un unico moncone di muro rosso. Le rocce si trovano all'ingresso di un piccolo porto peschereccio di campagna. Nulla lascia intendere che ci troviamo in uno dei luoghi più importanti della storia della Scozia.

Solo conoscendone la storia ci rendiamo conto che a Dunbar è proprio la totalità della distruzione a essere all'altezza dell'importanza del luogo. Un castello di tale peso storico richiedeva una distruzione di tale portata.

Il castello fu fondato all'ingresso del Firth of Forth da Gospatric, conte anglosassone di Northumbria, che dopo la vittoria dei normanni nel 1066 fuggì presso il re di Scozia Malcolm III. Il re, con buon intuito, gli affidò la difesa dell'estuario a forma di imbuto che conduceva a Edimburgo contro la prevedibile invasione normanna. Così un nobile anglosassone divenne uno dei più potenti aristocratici di Scozia, conte di Dunbar e di March. «March» deriva dal latino «Marca», che significa terra di confine, e indicava la metà orientale dell'intera regione di confine scozzese. Anche la difesa di questo territorio contro gli inglesi spettava al conte di Dunbar.

Nel 1296, quando i nobili scozzesi, litigando per il trono di Scozia rimasto vacante nel 1286 come cuccioli d'orso che si contendono un pezzo di formaggio, chiamarono Edoardo I, la volpe, a fare da arbitro, questi decise di tenersi tutto il formaggio. Sbarcò a Dunbar e, nella battaglia combattuta qui, sconfisse gli eserciti dei nobili scozzesi in lotta fra loro, aprendosi così la strada verso l'interno del paese.

Nel 1314, quando Robert the Bruce sconfisse in modo spettacolare l'esercito inglese a Bannockburn, lo sconfitto Edoardo II fuggì al castello di Dunbar, l'ultimo luogo in cui un re inglese potesse ancora sentirsi al sicuro. Da qui tornò in Inghilterra via mare.

Tutti gli Edoardi dovettero mettere alla prova i loro artigli a Dunbar. Durante la Seconda guerra d’indipendenza scozzese (1332–1357), quando Edoardo III attaccò l’erede di Robert the Bruce, Davide II, decise che Dunbar doveva essere conquistata in quanto porto strategico e importante punto di controllo delle Marche. Nel 1338 gli inglesi la assediarono per sei mesi, ma quando arrivò la flotta scozzese di soccorso, si ritirarono con il naso sanguinante.

Un motivo leggendario dell’assedio racconta che il conte non si trovasse nel castello quando arrivarono gli inglesi e che in seguito non fosse più riuscito a rientrarvi; la difesa fu quindi guidata da sua moglie, Agnese la Nera, figlia del conte di Moray. La contessa passeggiava coraggiosamente sulle mura tra i proiettili delle macchine d’assedio e, dopo ogni colpo, faceva pulire ai suoi servi la polvere dalle mura con strofinacci da cucina, facendo capire che per lei si trattava soltanto di un’operazione di cucina.

Quando gli inglesi montarono un’enorme catapulta chiamata la «Scrofa» per conquistare il castello, Agnese fece sapere loro che la scrofa avrebbe presto partorito dei porcellini. E la mattina seguente la catapulta fu fatta a pezzi da una pioggia di pietre.

Ma il ruolo storico più drammatico del castello arrivò quando non era più nelle mani del conte di Dunbar, bensì della sovrana di Scozia, che a quel tempo era Maria Stuarda. Nel 1566, quando suo marito, lord Darnley, alleatosi con i nobili protestanti scozzesi ribelli, assassinò sotto i suoi occhi il suo segretario italiano, David Rizzio, il capitano del castello di Dunbar, James Bothwell, la condusse qui per metterla al sicuro. Poi, nel 1567, dopo la morte del marito, quando sposò Bothwell, partirono da qui per affrontare i nobili ribelli. La battaglia alla fine non ebbe luogo, perché Maria si consegnò ai ribelli in cambio della libertà di Bothwell. Ebbe così inizio la sua prigionia ventennale, prima in Scozia e poi in Inghilterra, dove alla fine fu giustiziata.

Ma anche il castello non ebbe sorte migliore. Il Parlamento, ormai controllato dai ribelli, ne ordinò la demolizione. Ufficialmente perché mantenerlo costava troppo. In realtà, da un lato per cancellare la memoria di Maria e Bothwell e, dall’altro, per impedire che potesse servire come fortezza inespugnabile alla nobiltà scozzese, ancora potente e fedele a Maria.

Ciò che l’esercito inglese non era riuscito a ottenere in secoli, lo distrussero gli stessi scozzesi. Questo sarebbe diventato il motivo ricorrente dei secoli successivi, dalla distruzione delle cattedrali gotiche fino all’emigrazione forzata della popolazione scozzese delle Highlands.

Il castello, che, se fosse stato conservato, avrebbe potuto essere un monumento alla resistenza del popolo scozzese, divenne così, dopo essere stato distrutto in modo tanto totale in una situazione tanto drammatica, un monumento all’autodistruzione del popolo scozzese.

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