Uno dei temi più frequenti nei dipinti di Lucas Cranach è Giuditta che posa con la testa mozzata di Oloferne. Tra il 1525 e il 1530, lui e la sua bottega dipinsero più di cento versioni della coppia. Dopo le sperimentazioni iniziali, la composizione raggiunse una forma compiuta, ripetuta molte volte: Giuditta, raffigurata a mezzo busto e vestita secondo l’ultimissima moda, tiene nella mano destra una spada sguainata, mentre con la sinistra quasi sbatte sul tavolo la testa mozzata del tiranno.
La prima versione potrebbe essere stata dipinta intorno al 1525–1526. In questo dipinto, oggi conservato nella Collezione Rau, Giuditta trionfa sulla testa di Oloferne tra due ancelle altrettanto eleganti.
A questo punto le ancelle erano ancora attributi importanti. Nell’iconografia medievale precedente, la combinazione della dama elegante + testa mozzata rappresentava Salomè e san Giovanni, la coppia formata dalla donna malvagia e dall’uomo innocente da lei assassinato. Il fatto che ora si trattasse di una coppia rovesciata, nella quale la donna era la figura positiva e l’uomo il malvagio giustamente ucciso, doveva essere segnalato dall’ancella, che svolge un ruolo importante nella storia di Giuditta. Nel dipinto Rau, Giuditta è accompagnata addirittura da due ancelle, soprattutto per equilibrare la composizione.
Quando la composizione – ideata congiuntamente da Cranach e Lutero come emblema dell’opposizione protestante all’Oloferne cattolico – si diffuse e divenne popolare, le nobildonne luterane commissionarono una versione dopo l’altra in cui Giuditta aveva i loro stessi lineamenti e indossava gli abiti che esse desideravano portare. Da allora le ancelle non furono più necessarie: tutti sapevano che si trattava del simbolo dei nuovi tempi, della donna di vera fede che si oppone alla tirannia, alla quale in questa occasione veniva offerta la possibilità di indossare gli abiti dei suoi sogni e di mostrare il proprio potere seduttivo, due cose che l’etica protestante altrimenti proibiva profondamente, così come proibiva la ribellione contro la tirannia effettiva all’interno della famiglia. E sappiamo che quando le donne si schierano a favore di un movimento religioso, il suo successo è assicurato.
Nello stesso periodo, anche in Ungheria qualcuno disegnava la testa mozzata di Oloferne.
Anche in questo caso il disegno fu realizzato come illustrazione del Libro di Giuditta. Ma nella stessa misura in cui la testa di Oloferne appare molto meno terrificante in questo disegno, anche la Giuditta di questo manoscritto è molto meno civettuola.
Il manoscritto è il cosiddetto Codice di Székelyudvarhely, scritto a Tövis (Dreikirchen/Teiuş), in Transilvania, da un fratello maggiore per la sorella minore: un frate francescano nel monastero fondato da János Hunyadi per una monaca clarissa del convento vicino, esattamente cinquecento anni fa. Secondo il colofone, lo terminò il 13 giugno 1526. «Ecco, mia amata sorella, Giuditta Nyújtódi», spiega perché scrive il libro, «affinché tu non fossi nella tua cella senza il libro della tua santa».
«Ecco dunque, mia amata sorella, Giuditta Nyújtódi, il libro della Santa Donna di cui porti il nome, che io, il tuo povero fratello, fra’ Andrea Nyújtódi, ho tradotto dalle lettere latine in questa lingua ungherese, mosso dall’amore fraterno che ti porto, e affinché tu non fossi nella tua cella senza il libro della tua santa…»
Il disegno della testa fu realizzato per il passo in cui Giuditta ritorna nella città ebraica assediata dagli Assiri e innalza trionfalmente la testa mozzata del comandante nemico:
«e, tirata fuori dal
sacco la testa di Oloferne,
la mostrò loro, dicendo:
Ecco la testa di Oloferne,
comandante degli eserciti d’Assiria,
ed ecco la sua misera tenda, nella quale
giaceva ubriaco, là dove
la mano di una donna lo colpì,
per volontà del nostro Signore Dio»
Questa traduzione fu realizzata a partire dalla Vulgata latina, ma non in modo servile: è una resa creativa, nella quale il traduttore inserisce i propri commenti, le proprie interpretazioni e le proprie esortazioni. Là dove l’originale latino usa un pronome maschile o femminile, ille o ipse, fra’ Andrea scrive ripetutamente per esteso i nomi di Giuditta e Oloferne, anche perché il pronome ungherese «ő», privo di genere, non permette di capire a chi si riferisca. Altrove ricorre a due sinonimi per chiarire il significato: «con la gola o il filo del pugnale», «con le lampade, cioè le torce». Spiega anche i nomi geografici, come le acque dell’Eufrate e del Tigri e la terra di Samaria; in un punto rende l’espressione «la profondità» con «Mar Rosso». Il suo scopo, dunque, non era produrre la traduzione più precisa possibile, ma rendere il testo il più comprensibile possibile per la destinataria: sua sorella.
«Non guardare, mia diletta sorella, alla rozzezza di questo scritto, ma alla sua vera sostanza, nella quale non troverai nulla di falso».
Il frate francescano Andrea Nyújtódi si definisce «traduttore rozzo». Ma non è altro che l’umiltà d’obbligo di un autore umanista. Sappiamo infatti che nel 1508 si iscrisse all’Università di Cracovia e che l’anno successivo divenne dapprima senior e poi consiliarius della bursa ungherese, la comunità degli studenti ungheresi.
La sua amorevole cura si manifesta anche nel modo in cui ornò le grandi lettere iniziali dei capitoli, come se costruisse per la sorella un ponte dal mondo delle immagini al mondo della lettura.
E completò la sua traduzione del Libro di Giuditta con un’altra opera: il primo catechismo conservato in lingua ungherese. Anche questo non è una traduzione meccanica dell’originale latino, bensì una versione appositamente adattata per sua sorella, dal tono personale, nella quale sono state omesse le sezioni destinate ai giovani.
Le due opere tracciano un percorso di sviluppo nel quale il traduttore diventa autore. E mostrano che egli raggiunse il suo scopo. Giuditta Nyújtódi passò da lettrice a copista, e forse persino ad autrice, aggiungendo alla raccolta altri quattro libretti in lingua ungherese: meditazioni sulla buona morte e sulla vita monastica, exempla e sermoni. Verso la metà del XVI secolo, l’insieme fu infine rilegato in un unico volume in pelle.
Anche la Giuditta di Cranach raggiunse il suo scopo, riunendo la nobiltà luterana tedesca in un fronte comune che, come abbiamo visto, riuscì a bloccare al Reichstag gli sforzi delle sue due figure di Oloferne, l’imperatore e il papa, per lanciare una crociata congiunta contro l’espansione ottomana, sempre più minacciosa. E due mesi dopo che Andrea Nyújtódi ebbe terminato la sua Giuditta, arrivò il nostro Oloferne, il sultano Solimano, che nella battaglia di Mohács pose fine al mondo in cui era nato il codice. I due monasteri di Tövis furono distrutti. Solo questo codice, come una sorta di capsula del tempo, conservò la memoria personale di due dei suoi antichi abitanti e il loro amore reciproco, mantenendoli vivi fino ai nostri giorni.
Dopo essere passato per diverse mani, il volume giunse infine al liceo cattolico di Székelyudvarhely (Odorheiu Secuiesc), oggi Liceo Áron Tamási, dove è tuttora conservato. In occasione del 500º anniversario della traduzione, è ora esposto anche al Museo Rezső Haáz di Székelyudvarhely. Ma per chi si trova lontano, il museo ha reso possibile sfogliare l’intero volume in una eccellente edizione facsimilare della collezione digitale della Biblioteca Nazionale Széchényi d’Ungheria.















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